Gli smartphone come strumenti per raccontare con testi, messaggi, foto, audio e video le manifestazioni popolari nell’epoca digitale. Per comunicare in diretta con i partecipanti, ma anche col mondo attraverso internet e reti dedicate. E anche per segnalare i comportamenti delle forze dell’ordine. Un articolo di Repubblica.it (ma i link li abbiamo messi noi).
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Microfoni globali. Il primo obbiettivo e insieme la prima preoccupazione per l’attivista contemporaneo è che il messaggio che trasmette arrivi al maggior mumero di persone. “Se non siete arrabbiati significa che non state prestando attenzione”, diceva uno degli slogan di OWS. E per prestare attenzione, una delle applicazioni più utilizzate è Shouty per Android, un programmino che trasforma il telefono in una piccola emittente radio, e trasmette in Mp3 una diretta audio di quello che il telefono capta all’interno di una rete wireless locale. L’essenziale per la protesta digitale è che le fonti di comunicazione rimangano autonome, per evitare la chiusura a monte da parte di fornitori di servizi o di connettività. Vengono quindi in aiuto le infrastrutture di rete create “ad-hoc” e le comunicazioni “peer to peer”, su network locali che però possono facilmente diventare globali. E’ il principio di Sneakermesh,un’app che funziona sia su dispositivi Android che su Pc, in grado di creare una struttura locale di raccolta messaggi e contributi multimediali, qualcosa di molto simile a un Twitter circoscritto all’area di occupazione-intervento. Tutto senza accedere a internet, solo utilizzando il Wifi come vettore locale, e sincronizzando le trasmissioni su ogni dispositivo. Di fatto, una diretta veloce multimediale e “iperlocale” della protesta a trasmissione condivisa, e quindi non oscurabile. Meno complessa è Sukey, un aggregatore di fonti online e offline che riferiscono sulla manifestazione in corso. Sonar serve invece a collegarsi velocemente con le persone nelle immediate vicinanze, magari non raggiungibili fisicamente.
La piazza connessa. Da piazza Zuccotti a New York il mondo ha appreso anche la tecnica del “microfono umano”, quello che la folla formava ripetendo le parole di chi parlava durante le occupazioni affinché tutti potessero sentire. Soprattutto, aggirando il divieto di amplificare la voce coi megafoni. Una tecnica utile sul momento ma che ha rivelato tutti i suoi limiti, circoscrivendo all’area occupata le comunicazioni. Una delle app che ha aiutato in questo senso è Inhuman microphone, che rendeva gli iPhone in casse di amplificazione molto più potenti. Sul fronte delle comunicazioni testuali ci sono Vibe e Textoccupy, la prima è una app di chat geolocalizzata, che invia e riceve comunicazioni da altri utenti collegati in prossimità, e in forma anonima. La seconda è una piattaforma Sms per comunicare pubblicamente o privatamente con un network di utenti d’elezione, i cui numeri rimangono segreti, codificati all’interno della app. C’è anche Messageparty, che convoglia un flusso arricchito di informazioni in un unico vettore, geolocalizzato e quindi adatto al “personal broadcast” locale. Più diretta è Voxer, un’app che trasforma lo smartphone in un walkie talkie. E in caso di intervento delle forze dell’ordine può tornare utile Cop Recorder, per registrare segretamente l’audio d’ambiente e inviarlo instantaneamente su internet, o I’m getting arrested per Android, che funziona preimpostando un elenco di persone a cui inviare un sms/messaggio in caso di arresto, semplicemente premendo un pulsante sullo schermo.[...] continua a leggere su Repubblica.it
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